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Il sottile potere dello “stare”

Negli ultimi tempi ho scoperto la magia dello “stare”.

Occupandomi di orientamento energetico, di strategie e di coaching per il ben-essere e la crescita personale, ho una naturale predisposizione all’azione consapevole che pratico e consiglio partendo dalla meravigliosa energia dell’Intenzione che è la scintilla che spesso può dare il via ad un profondo processo di trasformazione personale.

Poiché però le cose non sono mai come sembrano, ho capito che anche il NON fare e lo “stare” semplicemente in presenza nel “qui e ora”, è un potente atto di trasmutazione, di crescita e di potere personale.

Stare è molto diverso dal non far niente o far finta di nulla. Stare è una scelta coraggiosa che parte da una profonda consapevolezza delle emozioni, delle frustrazioni, delle continue intromissioni della mente che propone l’azione spesso perché attivata da tempeste emozionali interiori. Stare è affidarsi e rimanere al tempo stesso attenti, presenti e disponibili a cogliere le opportunità e i segnali che la magia della vita ci possono offrire. Non dobbiamo sempre necessariamente intervenire. La nostra società è sempre più programmata sulla successione fare – avere – essere (faccio il terapista, ho tanti soldi/pazienti, sono realizzato) mentre la natura ci insegna che è l’essere che determina il fare/avere (un albero di mele è un melo e fa le mele che noi mangiamo).

Gli animali sanno stare. Quando un gatto è ferito o ammalato sta li. Può stare fermo per ore o giorni. Anche i bambini sanno stare, nonostante la nostra nevrosi si accanisca sempre più contro di loro proponendo attività in continuazione.

Stare nelle emozioni aiuta a scioglierle e depotenziarle, stare nelle situazioni difficili aiuta la creatività ad attivarsi, stare nel dolore spesso aiuta a coglierne dei risvolti che spesso facilitano la nostra crescita…

Non è una questione di tempo e non è un alibi. A volte basta “stare” anche solo pochi minuti per depotenziare tempeste emotive o mentali. A volte lo “stare” è l’unica cosa che ci riesce dopo aver provato egoicamente a fare, provare, attivare, ipotizzare mille strategie o soluzioni.

É naturale protestare mentre “stiamo”. Tuttavia non è un problema se riusciamo a “stare” anche nella nostra protesta, oltre che nella sofferenza e ad osservarla in modo il più possibile neutrale.

Nei periodi in cui sembra che tutto vada storto, in cui fatichiamo ad attivarci, in cui esitiamo o oscilliamo tra alti e bassi, in cui la paura di non farcela, il vittimismo, la lamentela e la tristezza si alternano a tutti i goffi tentativi che mettiamo in atto per risollevarci…Stare può rivelarsi davvero la scintilla di cui abbiamo bisogno. Un po’ come dire all’universo e alla vita:”sai che c’è? Visto che non so più cosa fare MI FERMO un attimo, pensaci tu”

I filtri della percezione

Uno dei maggiori elementi di dispersione energetica è l’esistenza di “filtri” con i quali osserviamo e percepiamo la realtà  che hanno radici esclusivamente in noi a livello personale e profondo e dei quali – essendo prevalentemente inconsci – spesso non ne conosciamo neppure l’esistenza.

Ad una visione apparente e superficiale, la realtà “agisce” su di noi e  ci procura emozioni, sentimenti, stati d’animo e pensieri con i quali poi in un modo o nell’altro dobbiamo fare i conti …

Abbiamo già visto nel video relativo, come l’elemento sorpresa spesso presente nella vita relazionale, emotiva e mentale  ci permetta di “abboccare”  a situazioni di sequestro emotivo, drammatizzazione e identificazioni tali  da complicarci la vita e soffrire profondamente mettendo per di più in circolo veleni ormonali che danneggiano la nostra salute.

La stessa cosa, in maniera leggermente più attenuata, accade quando attiviamo i nostri filtri inconsci  e ci sembra che la realtà produca direttamente degli  effetti in noi.

La formula è: succede questo e io sto così; mi ha detto questo e ho sofferto; non accade qualcosa  e io mi deprimo… e altre dinamiche del genere.

Se potessimo ricordarci in tutti questi momenti d’identificazione, che siamo noi a regolare la nostra fisiologia e che ciò che accade all’esterno ha comunque bisogno del nostro “permesso” per ferirci e farci soffrire, la vita sarebbe molto più leggera per tutti.

Riusciamo a identificarci con un film, dove i personaggi “fingono” di vivere delle situazioni drammatiche, al punto di alzarci in piedi, metterci le mani davanti agli occhi o voltarci da un’ altra parte, figuriamoci nella vita reale!

Esperimenti scientifici condotti su monaci con all’attivo migliaia  di ore di pratica di “presenza mentale nel qui ora” hanno dimostrato che nessuno stimolo esterno (nemmeno rumori improvvisi e assordanti o scene raccapriccianti) ha il potere di alterare il nostro stato psico fisiologico se sappiamo controllarlo…

Ma allora, – a parte che non siamo monaci tibetani –  cosa succede?

La risposta è appunto nei filtri.

Un groviglio di convinzioni, credenze, associazioni mentali, generalizzazioni derivanti dalle nostre esperienze e dalla nostra risposta ad esse crea questi filtri percettivi che si comportano come degli occhiali deformanti.

Non sto così perché è successo quello o Tizio mi ha detto questo.

Sto così perché quando l’evento è accaduto, è rimbalzato sui miei filtri deformanti ed ha attivato un groviglio di valutazioni, interpretazioni, proiezioni, ricordi e neuro associazioni  tali da farmi soffrire. Inconsciamente ho dato il permesso alla situazione di ferirmi e se non me ne accorgo e alimento questo processo per minuti, ore, giorni o addirittura anni andrò a rinforzare e solidificare questi miei filtri deformanti  e ne sarò molto probabilmente di nuovo vittima molto presto…

Certamente  gli elementi esterni esistono e operano; Thic Nhat Hahn diceva che “dentro di noi ci sono tutti i semi e ogni tanto qualcuno viene ad innaffiare quelli della rabbia, della paura o delle altre emozioni negative”. Il punto tuttavia non è pretendere di diventare supereroi, la questione è riuscire a mandarsi amore, darci un’affettuosa pacca sul petto, riconoscere di aver attivato questi filtri deformanti  e voltare il prima possibile pagina.

Riconoscere l’esistenza di questi  filtri è un atto di responsabilità importante.

Anche se a prima vista cambia poco, perché la realtà continuerà a sembrarci capace di condizionare la nostra vita, poco per volta impareremo a conoscerli e a depotenziarli.

Certamente nei primi tempi li riconosceremo a posteriori, dopo che si sono attivati ed espressi, ma questo già basterà a non identificarci e perlomeno a smettere di alimentarli e irrobustirli.

Da un punta di vista dell’orientamento delle nostre energie non sarà necessario “accanirsi” per capire da dove provengono  e quando e come li abbiamo costruiti; sarebbe uno sforzo puramente cerebrale e sterile.

Molto più importante sarà invece capire come funzionano, cosa li fa scattare, quali interruttori li attivano, che tipo di sensazioni fisiche, emozioni e pensieri scatenano in noi.

Come al solito la cosa più importante sarà accettarli e mandarci amore  e comprensione per averli costruiti unitamente alla ferma volontà di smantellarli e accedere davvero al nostro potere personale.

Potremo provare ad immaginare come sarebbe la nostra vita senza di essi  e quali meraviglie potrebbero accadere…

Se io scopro ad esempio che il mio “sentirmi sfortunato” è un filtro, anziché giudicarmi per questo cercherò di smettere di alimentarlo, ne riconoscerò l’inutilità, proverò ad immaginare la mia vita  ad esempio da un angolatura di coscienza delle mie abilità, della mia unicità  e della possibilità che c’è in me di essere davvero artefice della mia fortuna.

Essere disponibili a “scovare” questi filtri deformanti inoltre, è anche utile per diventare più forti e  stabili nel qui e ora, perché ci permette  – non appena  avvertiamo il disagio o l’identificazione –  di spostare l’attenzione dalla fonte (presunta) del disagio che sta insorgendo all’ascolto  e alla descrizione di quello che avviene dentro di noi e col tempo e l’allenamento  può persino diventare una sfida e un esercizio di consapevolezza.

Astrologia: approccio diabolico o simbolico?

Quando si pensa all’astrologia o ai tarocchi l’errore più frequente è quello di immaginare  il messaggio dell’oroscopo o delle carte come ad  un “influenza esterna” che interviene nella nostra vita. Questo processo di separazione  (tra ciò che è dentro di noi e questa fantomatica influenza esterna a noi) e ciò che crea l’incertezza, la deresponsabilizzazione, la superstizione  e la classiche domande “Cosa succederà?” o “Cosa vuol dire?”

Il punto è proprio questo.

Credere che accada qualcosa nella mia vita  perché ho estratto una determinata carta o perché ho una determinata configurazione nell’oroscopo significa ragionevolmente credere ad una relazione causale tra le due cose, una relazione causa-effetto come quella che ad esempio mi dice che se tiro un pugno  contro un  muro posso rompermi la mano…

Quando Jung ha studiato l’astrologia e gli altri metodi mantici nel periodo tra gli anni venti e i cinquanta ha coniato il termine “sincronicità” definendo con questo nome una seria di coincidenze significative  aventi senso solo per chi le viveva e non in termini statistici.

Se io mi sveglio una mattina pensando a mia zia che non vedo e sento da molto tempo  e dopo un ora lei mi telefona questo evento è una sincronicità che ha senso solo per me che sono l’autore del pensiero  e colui che ha ricevuto la telefonata.

L’analisi junghiana dunque mette sullo stesso piano i due eventi, ad esempio il pescare una carta o avere un aspetto astrologico e ciò che accade. Anziché una catena causale caratterizzata della domanda perché, abbiamo una relazione sincronica identificata dalla congiunzione “e.”

È ben diverso dire “sono stato licenziato perché ho pescato la Torre (o perché avevo un transito di urano opposto a giove)” piuttosto che dire “sono stato licenziato e avevo pescato la Torre..”

Ragionare in termini di sincronicità ci aiuta a cogliere la contemporanea presenza di più elementi  e anche a integrare meglio la ciclicità nella nostra vita.

Ad esempio: esiste una logica che regola le orbite dei pianeti nel cielo, una logica che regola l’alternanza  delle stagioni sulla terra, una logica  che regola le fasi della crescita degli esseri viventi e molte altre…

È lecito pensare che possano esserci delle relazioni di sincronicità tra le varie logiche, le alternanze, gli archi temporali e le faccende umane: non dunque rigide relazioni causa effetto ma sottili connessioni sincroniche.

Oltre duemilacinquecento anni fa il libro biblico del Qoelet  citava: “Ciò che è stato sarà e ciò che si è fatto si rifarà; non c’è niente di nuovo sotto il sole” proprio per indicare come insito nella vita sia il ripetersi  di eventi e situazioni in modo ciclico.

Nella meravigliosa introduzione al libro dei King scritta nel 1948, Jung  osserva le differenze tra pensiero orientale e occidentale e parlando di sincronicità definisce la “coincidenza degli eventi in spazio e tempo come significatore di qualcosa di più di un mero caso….come pure fra essi e le condizioni soggettive (psichiche) dell’osservatore o degli osservatori. “ e sostiene che “la mentalità cinese antica contempla l’universo in una maniera paragonabile a quella del fisico moderno..”

La scoperta della fondamentale importanza dell’osservatore  come parte integrante  della realtà della moderna fisica è un grande passo avanti per una corretta interpretazione e utilizzo dell’astrologia e degli altri metodi mantici e in questi termini sono stati fatti enormi passi avanti dall’epoca di  Jung.

L’idea che io come osservatore possa influenzare la realtà è l’esatto opposto dell’approccio  deresponsabilizzante e superstizioso che ho citato all’inizio dell’articolo e che purtroppo accompagna sovente  l’uso dell’astrologia e dei codici mantici.

La mia capacità di osservazione e l’ampiezza delle mie vedute sono collegate al mio senso di identità personale, alle mie convinzioni (consce e soprattutto inconsce)  al mio sistema di valori e di riferimenti.  Anche il mio “potere personale” inteso come capacità di intervenire attivamente nella mia vita è la risultante di molti fattori, situazioni, eventi, esperienze e scelte che ho compiuto nel corso della mia esistenza.

Per chi ci crede, oltre a questo già enorme e complesso insieme di elementi, esiste anche un Karma, in termini di continuità di memorie energetiche e spirituali, lezioni evolutive da affrontare e risolvere, legami energetici da sciogliere e consapevolizzare.

Insomma ognuno di noi è davvero un “universo” e questo meraviglioso e ricchissimo potenziale inevitabilmente diventa un fattore, in costante movimento ed evoluzione, che condiziona il presente e il futuro che stiamo co-creando!

L’astrologia e gli altri codici mantici sono opportunità per ampliare ancora di più il nostro potenziale di osservazione (e quindi trasformazione), comprensione ed evoluzione.

Conoscere questi codici è come imparare una nuova lingua: è come avere una nuova anima e arricchire enormemente il proprio bagaglio di possibilità…

L’astrologia può aiutarci enormemente a conoscere il nostro mondo interiore, a ristrutturare idee e convinzioni limitanti, a fare la pace con il passato e con le sue ferite, a riconoscere le opportunità e i segni dei tempi, a smascherare le bugie che ci diciamo, ad accorgerci e rimuovere  gli ostacoli che mettiamo tra noi e i nostri obiettivi e a costruirci un futuro migliore…

Tutto si svolge dentro di noi e tutto parte da noi.

Il termometro misura la mia temperatura e mi dice se ho la febbre, certamente non ho la febbre perché me lo indica il termometro e soprattutto non ho nessun motivo di avere paura del termometro!

Uscire dalla visione causale e superstiziosa dei codici sincronici  significa smetterla di alimentare le energie diaboliche  della separazione ( diabolos= ciò che separa) e accogliere invece le potenzialità simboliche della connessione e dell’unità (symbolum= ciò che unisce)

La delicata ricerca della via di mezzo

Siccome mi occupo di orientamento delle energie personali e mi alleno quotidianamente col cercare di dare una direzione innanzitutto alle mie, mi imbatto sovente con il tormentone della ricerca della “giusta via di mezzo” e cioè quel Buddico equilibrio ideale in cui la corda non è così tesa da rompersi ma nemmeno troppo poco tesa da non poter suonare.

È tesa al punto giusto.

La ricerca della giusta via di mezzo non è la scelta “politicamente corretta”, né un esercizio di democratica tiepidità o tantomeno un elegante forma di censura per non schierarsi.

La via di mezzo è un equilibrio sottile che tiene conto di tutte le variabili visibili e invisibili e ci permette di rimanere “semplici come colombe e prudenti come serpenti” soprattutto per ciò che riguarda il nostro comportamento, il ben-essere e la crescita personale e spirituale…

Ad esempio, in questo momento sociale difficile e impegnativo, culturalmente povero e politicamente instabile in cui dilagano modelli social di narcisismo, razzismo, superficialità e banalità aggravati dal perdurare della crisi economica, è molto facile farsi prendere dal giudizio, dall’abitudine a brontolare e dallo sdegno così come abboccare a meccanismi ipnotici di egoismo piccolo borghese o di censura. La via di mezzo in questo caso è rappresentata dall’assenza di giudizio, dal rimanere presenti a ciò che accade monitorando le proprie emozioni consapevoli che quando sono distruttive non fanno bene né a noi né agli altri; cercando di osservare il mondo in modo il più possibile neutrale attivando le risorse creative che sono sempre contenute in ogni crisi, come ci ricordava il buon Einstein in anni altrettanto oscuri.

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E’ nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere ‘superato’.
Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell’incompetenza. L’inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. E’ nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze.” Tratto da Il mondo come lo vedo io – 1931

Per ciò che riguarda invece la nostra crescita personale e individuale, cercare la via di mezzo significa mantenere il buon senso e i piedi per terra unitamente a un atteggiamento fiducioso, collaborativo e creativo anche in questo caso monitorando con attenzione i segnali che la vita ci propone.

Lo sdolcinato e stucchevole buonismo stile tarda new age, così come l’ostinata e presuntuosa celebrazione del pensiero positivo fine a se stesso, fanno (comprensibilmente) rizzare i capelli a chi quotidianamente combatte con drammaticità quotidiane di disagio, malattia, povertà e disperazione .

L’ingenuo pressapochismo di chi crede di risolvere ogni cosa con un tutorial su youtube o capire la fisica quantistica leggendo qualche articoletto qua e la, unitamente al proliferare di bufale e fake news su qualsiasi argomento fanno (comprensibilmente) allontanare molte persone dotate di sana razionalità dal mondo del “sottile e dello spirituale” commettendo l’errore di buttare via il bambino insieme all’acqua sporca.

Per quello che riguarda l’aspetto che più ci sta a cuore ovvero i nostri tormentoni personali, le domande alle quali non riusciamo a dare una risposta, le situazioni che si ripresentano ciclicamente nella nostra vita e le vere e proprie sfide della nostra esistenza, la ricerca della via di mezzo è rappresentata da un prezioso cocktail di fiducia, voglia di darsi da fare, autoironia, presenza e disponibilità di auto superamento.

Se ho fatto per 379 giorni anziché 21 le belle meditazioni sull’abbondanza di Chopra e oggi mi hanno tagliato i fili della luce e messo le ganasce fiscali alla macchina o se sto invocando il mio Angelo Custode da 23 mesi 18 volte al giorno per trovare una relazione e ancora ieri sera l’ultima ragazza che ho portato a cena mi ha risposto picche la via di mezzo è evitare il ripresentarsi di schemi già sperimentati.

Non serve buttare via il bambino insieme all’acqua sporca dicendo che son tutte scemenze e che tanto siamo brutti, cattivi e sfortunati né nascondersi dietro un idiota e passiva deresponsabilizzazione new age dicendo che è il karma, che domani andrà meglio, che sicuramente vincerò al superenalotto o mi suonerà il campanello una splendida ragazza giurandomi amore eterno.

Siccome non siamo soli per davvero, gli Angeli esistono per davvero e l’Universo cospira per davvero per la nostra felicità, in questo caso la via di mezzo è continuare a fidarsi, praticare, allenarsi e affidarsi, unitamente ad un processo di amorevole e spietata ricerca dei nostri auto-sabotaggi interiori, delle convinzioni limitanti e delle abitudini acquisite più o meno consciamente che certamente stanno ostacolando la mia intenzione.

Questo processo di auto superamento è al tempo stesso un grande atto di fiducia e di umiltà che richiede una buona dose di autoironia ed elasticità e che di solito da ottimi frutti.

Perché non provare?

Questi giorni di Yeyalel che è l’Angelo che smaschera le bugie possono essere ottimi per iniziare incominciando a ricercare e smascherare le nostre bugie mandandoci comunque amore e ricordandoci che meritiamo davvero ciò che desideriamo!

Circoli viziosi, circoli virtuosi e libero arbitrio

La mattina presto, mentre bevo il caffè, mi concedo una rapida lettura al giornale e rifletto sulla qualità delle notizie e sulla drammaticità di alcuni fatti di cronaca.

Spesso fatico a mantenere uno stato di presenza e di centratura e rischio di identificarmi nelle emozioni che le notizie mi suscitano, diventando con il mio brontolare l’ennesimo ripetitore di frequenze di bassa qualità…

Siccome però so che le cose non sono come sembrano, cerco prontamente di scrollarmi da dosso quell’inutile energia ristagnante del giudizio e dello scoraggiamento e di voler cercare e trovare occasioni evolutive e di consapevolezza anche dalla cronaca quotidiana.

Stamattina, dopo aver letto l’ennesima atrocità riportata dal quotidiano, ho riflettuto lucidamente su come da un punto di vista logico ed etico la teoria della reincarnazione sia la sola a proporre un minimo di democrazia o perlomeno una forma di equilibrio e questa riflessione ha ancora di più confermato in me l’importanza del libero arbitrio e delle scelte personali come strumento evolutivo.

Ma andiamo con ordine.

Escludendo posizioni egoiche, infantili o ridicole, un’ipotetica logica della reincarnazione riguarda quella scintilla di energia spirituale, linfa vitale (anima?) che è contenuta al nostro interno e di cui è possibilissimo passare l’intera esistenza senza rendersene conto.

Non si reincarna Gino con la sua storia, il suo carattere, il suo bagaglio genetico, culturale, famigliare ma quella linfa vitale che è in Gino e per tutta la durata della sua esistenza può essere il “ponte” per riconnettersi a un percorso evolutivo che esisteva prima ed esisterà dopo di Gino…. Diciamo che Gino è il tupperware attuale di questa linfa vitale.

Se Gino vuole, sceglie e si accorge, può contattare questa linfa vitale ad esempio esplorando il suo Angelo Custode o il suo tema natale ( perché Gino non è nato in un determinato momento e luogo per caso) e decidere di onorare le sfide evolutive di questo passaggio.

Ritornando alle atrocità, questa logica assume sfumature da brividi e ci può far scivolare in una visione di Karma come contrappasso dantesco che nessuna persona di buon senso potrebbe considerare accettabile e che escluderebbe il libero arbitrio.

Una delle notizio di oggi è stata il ritrovamento di frigoriferi pieni di organi umani femminili che una giovane coppia messicana deteneva (non ho capito se per venderli) dopo un rituale che prevedeva l’adescamento da parte della donna di altre giovani donne per invitarle a provare dei profumi, lo stupro e l’assassinio da parte del compagno e infine l’espianto e la conservazione di questi organi.

Il pensiero lampo che mi è passato subito dopo lo sdegno e l’orrore, è che queste povere donne innocenti forse in un’altra vita han fatto atrocità simili e che i due squilibrati nella prossima vita potrebbero fare una fine analoga a quella delle loro vittime….

Questa riflessione però mi è parsa immediatamente superficiale e poco consolatoria.

Mi riportava ad una visione antica e deresponsabilizzante di Karma come circolo vizioso o virtuoso dal quale impossibile sfuggire…

Ho cercato dunque di farmi delle domande che prevedessero il libero arbitrio e la spinta all’evoluzione del tipo: “Chissà se le giovani vittime avrebbero potuto evitare questa fine?” e “Chissà se nel prossimo ciclo i due messicani riusciranno a sfuggire al triste karma che li attende?” e dopo essermi risposto di si in entrambi i casi mi son sentito meglio.

Credo che libero arbitrio sia proprio quella scintilla che può farci uscire dai circoli viziosi o rimanere in quelli virtuosi nonché l’unica meravigliosa prerogativa che può dare senso e pienezza alla nostra esistenza.

Lasciando da parte le atrocità e i casi “estremi” (che comunque sono tanti) e ritornando alla nostra dimensione di “normalità” , questa visione può aiutarci a spiegare e a gestire molte situazioni.

Tutti abbiamo dei tormentoni esistenziali, situazioni che ciclicamente si ripetono o si ripresentano e che ci accompagnano in modo più o meno silente per tutta l’esistenza.

Per alcuni possono riguardare la salute, per altre le relazioni, per altre ancora l’identità personale, il lavoro, il denaro o la gestione di determinate emozioni…

Pensare a questi tormentoni come possibili retaggi del nostro Karma può produrre in noi rassegnazione (se non crediamo nel nostro potere personale e libero arbitrio) oppure aiutarci ad accettarli e a fare la pace con loro e in seguito a considerarli da un altro punto di vista come lezioni evolutive da affrontare nel migliore dei modi.

Un lavoro può essere certamente duro e impegnativo, ma l’importanza dell’atteggiamento con cui decidiamo di svolgerlo e del significato che attribuiamo al fatto di doverlo svolgere può cambiare radicalmente la qualità della nostra vita, del tempo che dedichiamo e dell’energia che produciamo mentre lo svolgiamo.

Si tratta di spostare l’attenzione sul “cosa c’è da fare” e smettere di protestare o di negarlo e portarla invece sul “come si può fare” cercando mantenere il più possibile una buona energia nel qui ed ora.

In questi termini anche la logica del karma assume toni più equilibrati e un significato evolutivo più evidente.

Si può dunque uscire dai circoli viziosi ma anche da quelli virtuosi ed è sempre bene mantenere la volontà, l’umiltà e la gratitudine per riconoscere entrambi.

La vita sembra sbatterci in faccia l’evidenza di persone che nascono in contesti culturali, economici e genetici nettamente più favorevoli rispetto ad altri…

Qui a Torino ad esempio è frequente incontrare uomini e donne molto belli, biondi, alti , ricchi e sani che popolano le zone residenziali della crocetta o della collina piuttosto che personaggi tozzi, goffi e poveri che nascono e vivono nei quartieri di periferia.

La storia tuttavia ci ha sempre dimostrato che si può emergere da qualsiasi contesto così come sprofondare da qualsiasi altro.

Siccome la nostra energia determina le risonanze che ci andiamo a cercare, facciamo attenzione a non ristagnare in emozioni, sentimenti e pensieri inutili e dannosi, come l’invidia, la gelosia, il giudizio o l’autogiudizio.

Non perché sia “male” o sia un “peccato” e quindi per ragioni etiche…ma perché sarebbe una sterile protesta per nulla efficace, un negare l’evidenza con in più la certezza di mettere in moto tutta una serie di sfavorevoli condizioni energetiche.

Monitoriamo la nostra energia, i nostri sentimenti, il nostre re-agire di fronte a notizie, eventi, situazioni che ci circondano e proviamo a considerare ogni cosa presente nel qui e ora come un opportunità evolutiva…in questo modo – se per caso esiste un karma – forse possiamo iniziare a capirlo e guarirlo.

Anawel

La potenza piacevole dell’allenamento

In quest’ultimo periodo mi capita spesso di sentire le persone lamentarsi per le difficoltà che incontrano nei loro percorsi di cambiamento e di crescita personale.

“È difficile”, “non riesco”, “non ce la faccio” sono alcuni dei più diffusi virus mentali (insieme ai sempreverdi “non me lo merito” o “non è possibile”) che popolano i nostri pensieri e le nostre riflessioni quotidiane.

Le ragioni di queste convinzioni limitanti sono essenzialmente due:

La prima è legata al nostro giudice interiore – sé normativo trappola, che sussurra al nostro orecchio, in continuazione, ideali e obiettivi rigidi, irraggiungibili e astratti come ad esempio la perfezione, la normalità, lo star sempre bene o la possibilità di non sbagliare mai, per far si che non potendo ovviamente soddisfare questi obiettivi proibitivi, evitiamo anche di occuparci di quelli raggiungibili e rimaniamo “bloccati” nella frustrazione e nelle suggestioni della nostra mente che mente.

La seconda ragione è l’ignoranza e l’arroganza con la quale identifichiamo la nostra mente con ciò di cui siamo consci, tralasciando l’enorme potenza e creatività dell’inconscio che è di fatto la parte della nostra mente che guida davvero la nostra vita.

Conseguenze di queste due trappole sono il concentrarsi sulle mancanze, sulle difficoltà e sui problemi vivendo un esperienza sgradevole che danneggia l’umore, indebolisce l’autostima e la motivazione e alimenta le terribili energie dell’autogiudizio e del vittimismo.

Più ci giudichiamo e proviamo risentimento, più sottoponiamo il nostro potente inconscio a esperienze sgradevoli che possono attivare atteggiamenti e abitudini dannose e alimentare un circolo vizioso molto pericoloso…

Per uscire da questa prigione psico-esistenziale occorre ricordarsi della potenza piacevole dell’allenamento e riflettere con un po’ di calma.

Sia da un punto di vista psicologico che da un punto di vista spirituale, la potenza del nostro inconscio e della forza della nostra anima traspare in modo evidente quando smettiamo di pensare e passiamo all’azione.

I bambini, che per fortuna sono fuori dalla dualità e non pensano, imparano a camminare grazie alla forza dell’allenamento. Tutti noi da bambini abbiamo fatto quest’esperienza, spinti dalla curiosità, dalla voglia di esplorare il mondo, dal desiderio di toccare oggetti colorati…

Un bambino cade mille volte, magari piange perché prova dolore, tuttavia si rialza e riprova, riprova fino a quando si sente abbastanza sicuro da staccarsi dall’appoggio e inevitabilmente impara… La stessa cosa accade crescendo quando si impara ad andare in bicicletta, a sciare o a fare qualsiasi attività.

I moderni videogiochi sono una metafora esemplare di questa legge: sono strutturati a livelli, via via più difficili che inizialmente appaiono insormontabili e poi grazie all’allenamento “magicamente” si superano.

L’inconscio è esperienziale, non prova dubbi né opera valutazioni. Ricerca il piacere e tende ad evitare il dolore. È abitudinario e classifica le esperienze in modo molto grossolano. Se deve scegliere tra due dolori facilmente sceglie quello minore e questa prerogativa veniva sovente utilizzata da Milton Erickson (probabilmente il più grande terapista del ‘900) per aiutare i pazienti a sbloccare i loro problemi.

Essendo abitudinario, l’inconscio non ha una gran voglia di allenarsi a far cose nuove, soprattutto se impegnative o faticose, ma se lo si ingolosisce con qualcosa di piacevole e desiderabile non ha problemi ad aprirsi a nuove possibilità, come quando abbiamo imparato a camminare perché desideravamo toccare quei meravigliosi oggetti colorati.

Essendo esperienziale, il nostro inconscio, si nutre golosamente delle soddisfazioni che viviamo quando ci mettiamo alla prova: migliorare le prestazioni nello sport o in un videogioco, godere quando saliamo sulla bilancia e vediamo un risultato, passare un esame, nutrire la nostra autostima perché abbiamo gestito bene una comunicazione di relazione e naturalmente raggiungere un obiettivo desiderato.

Poiché è limitato all’area dell’esperienza, il nostro inconscio non se ne fa nulla delle valutazioni e delle masturbazioni mentali.

Finché pensiamo “e se poi non riesco…” oppure “come mai non riesco?” , “potrebbe succedere questo o quello…” “chissà se è il momento giusto” o anche “sarà la scelta giusta?” e altre piacevolezze del genere l’unica esperienza che prova il nostro inconscio e che condiziona la nostra personale “legge di attrazione” è la confusione che stiamo provando, la frustrazione, il logorio mentale e l’incertezza.

Il preziosissimo contributo che possiamo dare al nostro potente inconscio, che possiede anche un enorme valore da un punto di vista spirituale è sottoporre alla sua attenzione nuove esperienze, cercando di rendere il più possibile puro e autentico il desiderio del risultato realizzato.

In pratica si tratta di darci “il permesso” di osare, di provare e di sperimentare astenendoci dalle valutazioni, dai giudizi e dai dubbi.

Per carità, siccome la nostra mente duale mente in continuazione, è perfettamente inutile “far finta di niente”. Se la mia mente mi suggerisce che il determinato obiettivo è troppo difficile, che non ce la farò mai, che forse non è il momento di agire eccetera, potrò semplicemente “accogliere” queste resistenze, osservarle passare come le nuvole nel cielo spinte dal vento, senza tuttavia dar loro il potere di fermare la mia azione.

Ricordo con piacere una volta in cui una ragazza alla quale avevo consigliato di andare a correre, mi disse che non ne aveva voglia e io gli risposi che non era assolutamente un problema “non avere voglia”. “Anzi”, le dissi, “ripetiti che non hai voglia mentre indossi la tuta, mandami a quel paese mentalmente mentre calzi le scarpe da ginnastica, esci di casa e inizia a correre sentendo tutta la tua non voglia, corri almeno venti minuti e poi senti come stai, se ancora non hai voglia puoi tornare a casa”. La ragazza si concesse il permesso di provare e di osare e ancora oggi il running è una delle sue risorse più potenti contro il malumore.

Passare all’azione, evitando le suggestioni del sé normativo e le valutazioni è dunque l’unico modo per accumulare delle esperienze e acquisire gli automatismi inconsci necessari per superare i problemi.

Poiché il nostro sé normativo è subdolo e scafato immagino che molti si stiano chiedendo: “ma il mio obiettivo sarà autentico?” oppure “non sarà forse proprio il sé normativo che mi suggerisce questa cosa”. Sappiate che mentre fate queste valutazioni il vostro inconscio fa un bello sbadiglio e si lima le unghiette, perché l’esperienza che gli proponete è ancora una volta di incertezza e confusione che sono condizioni sgradevoli.

Per stabilire l’autenticità di un obiettivo si può provare ad immaginare l’obiettivo raggiunto, a collegarsi sensorialmente con le emozioni che si proverebbero, a entrare il più possibile nei particolari….ma il vero banco di prova sarà comunque l’azione.

Quando si è sufficientemente motivati e folli da mettersi alla prova e si è disposti a non prendere sul serio i risultati e le inevitabili suggestioni e valutazioni che ci proporrà la mente sarà impossibile non ottenere dei progressi. Certamente, come accade per i videogiochi ci vorrà tempo, pazienza e fiducia nel continuare a provare, provare ancora e riprovare, rimanendo disponibili e presenti nel qui e ora, concentrati soprattutto sul desiderio di ciò che vogliamo rimanendo disponibili a “scovare” abitudini, autosabotaggi e convinzioni limitanti costruite nel passato…

È importante ricordarsi che il presente è l’unico tempo reale e tutto quello che ci arriva nel presente è stato costruito – prevalentemente a livello inconscio – nel passato.

Se valuto la mia realtà di “oggi” devo ricordarmi che è conseguenza delle emozioni e dei pensieri che provavo “ieri” e fare la pace con quello che c’è per interrompere il circolo vizioso di esperienze sgradevoli e stimolare il mio inconscio con qualcosa di piacevole e desiderabile e gettare così le basi per un “domani” migliore…

È possibile e naturale che si provi comunque fastidio nel provare una sensazione di frustrazione o di sofferenza per quello si manifesta adesso e in questo caso è miracoloso rimanere semplicemente consapevoli, “presenti” a questo disagio semplicemente osservandolo, riconoscendone la relatività e la temporaneità senza ribellarsi, interpretare, giudicarsi o giudicare…

Questo atto di coraggio e fiducia e questo riconoscere l’inadeguatezza della mente conscia stimolano la creatività dell’inconscio e la magia della vita facendoci tornare molto velocemente motivati e di buon umore.

Qualunque sia il vostro obiettivo o desiderio, ricordatevi che l’inconscio gradisce stimoli brevi, semplici e ripetuti e che ci si può allenare a tutto.

È possibile allenarsi piacevolmente alla pazienza, al buonumore, alla sicurezza, alla semplicità, alla spontaneità e alla gratitudine…

È possibile allenarsi per avere risultati nel lavoro, per migliorare la condizione economica, per risolvere relazioni malate o di dipendenza, per migliorare il proprio benessere…

Se si collabora con l’inconscio e con la magia della vita e si fa attenzione ai piccoli e grandi segnali che ogni giorno ci arrivano è possibile allenarsi a riconoscere la propria vocazione, i propri talenti, gli scopi e le potenzialità evolutive.

Man mano che ci si allena in “qualcosa”, la motivazione cresce e si possono trovare nuovi stimoli e nuovi desideri, proprio come i bambini che non si accontentano mai…

Gli stimoli brevi, semplici e ripetuti possono essere azioni, scritti, esercizi, rituali, mantra, preghiere e qualsiasi cosa la vostra creatività vi suggerisca, purché sia qualcosa di pratico che coinvolge i sensi… Certamente vi potrete fare aiutare da qualcuno, un terapista, un coach, una guida cercando tuttavia di farvi accompagnare più nell’aspetto pratico che teorico perché il sé normativo potrebbe fare capolino e suggerirvi che prima di agire dovete trovare la strada, la persona o la tecnica “giusta”, fregandovi di nuovo con l’incertezza…

Non abbiate paura di sbagliare. Gli errori sono semplicemente delle esperienze. Gli errori sono risultati e l’unico modo per non sbagliare è non agire, evitare di mettersi alla prova.

Allenatevi fiduciosamente.

Saranno la forza della vostra intenzione, la magia della vita, le intuizioni degli Angeli (se ci credete) e la saggezza del vostro inconscio a guidarvi dolcemente verso il risultato e gli eventuali e inevitabili sbagli saranno preziosi e funzionali proprio come i capitomboli del bambino quando dolcemente impara a camminare…

Luci e ombre nel cambiamento personale

Il cambiamento personale, per tanto che possa essere facilitato da situazioni, persone o eventi, è sempre legato a un processo di consapevolezza e di ristrutturazione interiore.

Che si tratti di un cambiamento immediato, come quello da uno stato di disagio a uno di maggior benessere o di un cambiamento più profondo (generazione di nuove abilità o competenze, superamento di abitudini o di atteggiamenti) la scintilla del cambiamento è sempre la consapevolezza e cioè l’accorgersi dell’esistenza di alternative.

Il nostro mondo interiore e la nostra percezione sono soggettivamente un delicato groviglio di impressioni, convinzioni, esperienze pregresse e schemi di comportamento acquisiti diventati potenti neuro associazioni.

Le “cose” accadono per tutti.

Eventi, situazioni, alternarsi di stati d’animo, esperienze, sorprese…

Ognuno di noi attribuisce un significato differente alle cose che accadono e ognuno di noi reagisce o interpreta ciò che accade in modo soggettivo proprio in base all’imprinting del mondo interiore. È un fatto che possiamo accettare senza giudicarci, continuando anzi a mandare amore a noi stessi.

Poiché il nostro potere personale si esprime nel significato che diamo alle cose e nelle considerazioni che facciamo tra noi e noi, quando le cose “accadono”, è importante – passato l’effetto sorpresa – rimanere lucidi e fare attenzione a non rimanere identificati nell’evento.

L’identificazione, infatti, non aggiunge nulla a ciò che già sappiamo.

L’identificazione conferma la nostra impressione, la convinzione e la neuro associazione limitante. L’identificazione può assumere molteplici sfumature: voler aver ragione, lamentarsi, assumere un atteggiamento da “tifosi” rispetto a un idea, irrigidirsi, avere una reazione di deresponsabilizzazione nel ricercare subito la causa o il colpevole.

Qualsiasi sfumatura assuma l’identificazione è sempre la cosa più distante dal cambiamento.

Ognuno di noi ha le proprie abitudini inconsce, e nell’abitudine c’è il ripresentarsi di uno schema collaudato, anche se magari doloroso o inutile.

L’identificazione ripropone quello schema e i risultati saranno probabilmente gli stessi che già conosciamo.

Quando ci sembra di “non cambiare mai”, di “non riuscire a superare la cosa “, di “non essere in grado di agire diversamente in quel contesto o in quella relazione” sta succedendo proprio questo… Non ci rendiamo conto che siamo identificati e stiamo agendo o reagendo sulla base delle nostre abitudine pregresse.

Che cosa si può fare?

La luce del cambiamento personale si accende riconoscendo l’identificazione o lo schema e contemporaneamente mandando amore a noi stessi o perlomeno evitando di giudicarci o giudicare.

Nel momento in cui riconosco che mi sto identificando, interrompo il processo.

Smetto di reagire in modo automatico e ho la possibilità – nel qui e ora – di scegliere un’alternativa o quanto meno di iniziare a cercarla…

Posso iniziare a portare l’attenzione sui miei desideri, sugli obiettivi, sugli schemi comportamentali che mi piacerebbe adottare, sulle intenzioni profonde e ricordarmi cosa voglio realmente, quale cambiamento posso generare…

Il prezzo da pagare per operare questo stop e accendere la luce del cambiamento è rinunciare a quel “guadagno secondario” procurato dall’identificazione e dall’ego e cioè quella sottile soddisfazione rassicurante (anche se dolorosa) del ripresentarsi del solito copione inconscio che può assumere diverse sfaccettature: sentirmi “speciale”, essere al centro dell’attenzione altrui mentre mi lamento, far salire l’energia mentre mi arrabbio, monopolizzare un “pubblico” mentre pontifico e brontolo, farmi compatire e coccolare mentre mi struggo e altre manifestazioni del genere.

Non è facile accendere questa luce ma è davvero l’unica scintilla che può portare il cambiamento e – ad esempio – permettere ad un terapeuta di aiutarmi, percepire un intuizione illuminante o lasciare che la magia della vita mi prenda per mano e mi accompagni in una sincronicità luminosa fatta di nuovi e inaspettati incontri e possibilità.

Una volta iniziato il cambiamento, le vecchie abitudini inconsce continueranno certamente a ripresentarsi e non sarà facile riconoscerle e interromperle subito. Servirà pazienza e allenamento e magari sarà necessario farsi aiutare in questo percorso.

Ogni volta che l’identificazione si ripresenterà e saremo capaci a interromperla, nutriremo e faremo crescere la pianticella della presenza mentale, della consapevolezza e del cambiamento che vogliamo operare… diventando via via più fiduciosi , sicuri e desiderosi di raggiungere l’obiettivo stabilito.

Non sarà necessario opporsi agli schemi inefficaci delle vecchie abitudini e convinzioni limitanti né tantomeno prenderle di punta o detestarle, perché otterremmo come risultato solo il dargli energia e anziché nutrire la pianticella del cambiamento, ritorneremo a occuparci delle vecchie piante e dei loro frutti che già conosciamo bene e non ci piacciono.

Quando questo accade tuttavia, mandiamo amore a noi stessi e riconosciamo che è semplicemente un’altra identificazione e perciò non ha nulla a che vedere col cambiamento.

L’autogiudizio, l’auto accusa, il senso di colpa, il perfezionismo e il prendere di punta gli aspetti di noi stessi che non ci piacciono sono trappole del nostro giudice interiore e sono solo degli ostacoli al cambiamento…

Solo mandando amore a noi stessi, aprendoci all’auto ironia, prendendoci meno sul serio e accettando le nostre contraddizioni potremo realmente cambiare e amare le altre persone (o per lo meno lasciare loro il diritto di esistere) e comprendere le loro contraddizioni.

E così, facendo la pace con l’inevitabile alternanza tra luce e ombra e diventando sempre più consapevoli e capaci di depotenziare sul nascere le nostre vecchie abitudini limitanti ci accorgeremo, giorno dopo giorno, di come il cambiamento e la sua meravigliosa energia sia finalmente entrato nella nostra vita.

I modelli di dispersione energetica: Il “controllante”

Il controllante spreca molta energia, prevalentemente a livello mentale ed emozionale perché vorrebbe poter tenere sempre tutto sotto controllo per evitare ogni sorpresa e non si rende conto che è un impresa assolutamente impossibile. Da questa frustrazione inevitabile deriva uno stato di saturazione emotiva molto doloroso e faticoso.

Se uno si accorge di essere un controllante è innanzitutto opportuno che mandi amore a se stesso ed eviti di giudicarsi. Per sviluppare e nutrire questa tendenza, infatti, oltre a un po’ di predisposizione concorrono molti fattori derivanti dall’imprinting famigliare: convinzioni limitanti, tendenza al pessimismo e alla preoccupazione, passionalità eccessiva, rigidità e perfezionismo, scarsa autostima, abitudine al giudizio e all’interpretazione, eccessi di materialismo…tutti fattori che contribuiscono a sperimentare pochissime esperienze di fiducia. Frequentemente un controllante è figlio di almeno un genitore controllante da cui ha assorbito più o meno consciamente i modelli..

Dietro il controllo c’è la paura: la tendenza a uscire dal qui e ora proiettandosi in un futuro ansioso con frasi tipo “….e se poi…?”.

Se si nutre il controllo, come tutte le cose cresce, e può arrivare ad assumere dimensioni patologiche e grottesche.

Mentre l’attenzione è una meravigliosa manifestazione di presenza nel qui e ora e di fiducia sullo sfondo, il controllo è sempre espressione di separazione, di paura e ansia.

Il controllo è arrogante perché non tiene conto della connessione che abbiamo con tutto e specialmente con il mondo sottile. Nel controllo c’è separazione dal tutto e l’illusione di poter arrivare da soli a fare tutto.

L’attenzione è un gioco di squadra dove ognuno fa la sua parte: noi, nel restare qui e ora con gli occhi bene aperti, i piedi ben ancorati a terra e il cuore in pace… e l’universo, la magia della vita, gli Angeli, nel farci incastrare in sincronicità provvidenziali o nell’aprire le porte della nostra intuizione.

Nel controllo invece c’è la presunzione di far da soli, incapacità a chiedere (a se stessi, alla vita o alla propria rete di relazioni) e di conseguenza grande chiusura energetica….

Se un controllante vuole stare meglio e diminuire l’enorme livello di stress (coi suoi veleni) deve andare a caccia di esperienze di fiducia, ricordarsi e accorgersi della bellezza del vivere sensazioni di fiducia, come un bambino che tiene la mano di un adulto forte e saggio e si lascia guidare.

Se scopri di essere un controllante ricordati che non è colpa tua e non è colpa di nessuno.

Smetti di giudicarti per questo e prova a coltivare e nutrire il seme della fiducia e del gioco di squadra con l’universo…

Se ti accorgi che i tuoi genitori han contribuito a farti diventare un controllante, non giudicarli e manda a loro amore, tuttavia concediti di aprirti a nuovi schemi di pensiero, a nuove convinzioni e soprattutto sperimenta sempre come ti fa sta stare un pensiero o un emozione, prima di nutrirlo nuovamente la volta successiva…

Per iniziare a smettere di essere un controllante….molla un poco la presa, rilassa le spalle, fai qualche bel respiro profondo. Guardati intorno e dentro di te e osserva cosa puoi lasciare andare ricordandoti che non puoi fare spazio al nuovo se conservi tutto.

Incomincia dalle piccole cose a fidarti e a giocare in squadra.

Non importa se non credi agli Angeli o alla magia della vita, è sufficiente che ti affidi alla saggezza del tuo inconscio, o alle risorse sconosciute della tua psiche.

Fai la tua parte, come meglio riesci e affidati.

Presto comincerai a sperimentare piccole sensazioni di fiducia e lentamente la pianticella della fiducia crescerà.

Lezioni di orientamento energetico: 1) I “devo” del nostro subdolo Sé Normativo

clown

Un passo fondamentale per orientare meglio le nostre energie è identificare convinzioni e automatismi (prevalentemente inconsci) di auto sabotaggio: vere e proprie trappole che la mente (che mente) ci propone in continuazione per evitare che ci svegliamo e decidiamo una buona volta di essere un po’ più felici e consapevoli.

Questa caccia alle trappole può essere dolorosa se ci prendiamo troppo sul serio o se ci facciamo sedurre dai mielosi buonismi della new age da strapazzo, ma può risultare anche divertente e stimolante se ci lasciamo guidare dal buon senso, molta autoironia e soprattutto dal desiderio di essere più liberi.

Tutti diciamo un sacco di “devo” e sono quasi tutte bugie.

Dietro ogni “devo” c’è una dispersione energetica, un più o meno velato autogiudizio (che ci avvelena) e un implicita affermazione di arroganza e mancanza di fiducia nella magia della vita, perché se sono io che “devo” significa che dipende solo da me, che non ho bisogno di una rete di sostegno, che non ho bisogno di “chiedere” e che sono separato dal tutto.

I devo sono figli del giudice interiore, di quel Sé normativo che abbiamo costruito inconsciamente facendoci suggestionare dai “devo” e dall’insicurezza degli altri, di quella vocina petulante e fastidiosa che molto rigidamente e arbitrariamente ci suggerisce cosa è bene e cosa è male, cosa è giusto e cosa no.

I devo sono figli di un moralismo da strapazzo che i devozionalismi della religiosità superstiziosa e dogmatica hanno inculcato nel nostro dna da secoli.

È curioso come non ci siano devo, rigidità e pomposità nelle pagine del Vangelo, dei sutra buddisti e nelle parole e opere di persone veramente spirituali.

I devo non fanno distinzioni di cultura, classi sociali, età. Tutti abbiamo i nostri per poterci tormentare un poco e avvelenare la nostra produzione energetica sino a quando non ce ne accorgiamo!

A volte scopro dei devo subdoli dentro di me travestiti da identificazioni nel mio “ruolo”, o da suggestioni iperspirituali che i moltissimi anni di lavoro personale non hanno ancora smantellato del tutto…. È bellissimo scoprirli, smascherarli, ridere di se stessi e affidarsi alla magia della vita!

Se analizziamo con buon senso la genesi di un “devo” scopriamo che è molto divertente.

Quando usiamo questo operatore di necessità da un punto di vista energetico produciamo disagio (che entra nel campo quantico e ammorba noi e l’aria intorno a noi) perché ci sintonizziamo su una aspettativa, una mancanza, una frustrazione e così facendo usciamo dal qui ed ora e diamo le redini della produzione energetica alla nostra mente e alle sue frottole…

Se non si tratta di pagare una multa, le tasse, prendere i bimbi a scuola….o altre necessità impellenti, i “devo” sono altamente controproducenti dal punto di vista energetico perché hanno la frequenza opposta al desiderio. E infatti ci allontanano dalla méta.

Nessuno ordina il suo piatto preferito al ristorante o si dedica alla sua passione artistica, sportiva o ricreativa utilizzando un “devo”. Lo fa e basta, lo fa perché vuole, desidera, è appassionato e felice !

Dentro ogni “devo” c’è un rimpianto, un immagine precostruita (e spesso fasulla) del sé che necessita di essere confermata, un dolore derivante dalla scarsa conoscenza del proprio mondo interiore e dalle suggestioni del Sé normativo che sono iniziate sin da bambini…

Contrariamente a quanto si pensa i devo non aiutano a rispettare le regole, non servono a disciplinarsi, anzi, rafforzano la mancanza, la scarsa autostima e l’insicurezza!

Devo andare in palestra, devo mettermi a dieta, devo essere più buono, devo ordinare la scrivania, devo scrivere un nuovo libro, devo guadagnare di più (o spendere meno), devo andare d’accordo con tizio e caio, devo risolvere questo problema, devo andare a lavorare….. sono tutte rappresentazioni energetiche di qualcosa che al momento non ci appassiona, non desideriamo con pienezza, non vogliamo con quella meravigliosa caparbietà che dimostrano i bambini quando afferrano un giocattolo al negozio…

Siccome il buon senso ci insegna che le cose accadono, che la vita è quella cosa che accade mentre si fanno i progetti e che ognuno fa quello che può… è perfettamente inutile ammorbarsi l’anima portando l’attenzione su come siamo brutti e cattivi!

Possiamo perdonarci e mandare amore a noi stessi, accogliendo il presente con tutto quello che comprende, senza farne un nemico.

É molto più sensato riferirsi alla propria condizione fisica, relazionale, creativa, professionale o economica con pazienza, fiducia, attenzione e autenticità, scegliendo con cura la priorità, mettendo in discussione il nostro bagaglio di credenze e certezze, facendo una pernacchia al nostro Sé normativo e semplicemente cominciando a immaginare come sarebbe la nostra vita se…..riuscissimo a fare spazio agli oggetti dei nostri “devo”, trasformandoli in “posso” o addirittura in “voglio”.

Questo processo inevitabilmente risulterà per certi aspetti fastidioso, perché ci accorgeremo che di quella determinata cosa non ce ne può fregare di meno e faremo i conti col continuare a mandarci comunque amore anche con questa nuova consapevolezza….

Smascherare i devo è profondamente diverso dal buonismo new age (si capisce che non mi è simpatica?) o dal pensiero “magico” e semplicistico…perché non è un automatica equazione di felicità. A meno che non abbiate redditi milionari e siate costantemente adagiati sulle spiagge della California a sorseggiare un cocktail e cazzeggiare è piuttosto probabile che la scoperta delle vostre zone d’ombra dia un po’ fastidio.

Però scoprire è guarire. Accorgersi di aver creduto a delle sciocchezze è meravigliosamente liberatorio perché possiamo decidere finalmente a cosa ci interessa dedicare tempo, energia e spazio.

Finché la vita è piena di devo non c’è spazio per la libertà. Non c’è il tempo per accorgersi delle meraviglie che ci sono proprio adesso nel qui ora intorno a noi.

Accorgersi di non dover dimostrare nulla a nessuno, ricordarsi che le cose accadono, che siamo vivi ADESSO (e non sappiamo per quanto) , essere consapevoli di avere un meraviglioso potenziale creativo da scoprire, esprimere e condividere è molto liberatorio….

Finché la vita è piena di devo è difficile scoprire la nostra unicità, accorgersi di come possiamo essere più soddisfatti e darci il permesso di farlo!

Come esercizio pratico provate a scrivere l’elenco dei devo che vi trovate ripetere più sovente e poi mettendovi un naso rosso da clown, guardatevi allo specchio e cercate quelli che non sono vostri, non vi appartengono, sono fasulli e proposti dal Sé normativo-buffone….

Selezionate quelli che vi accorgete che vi stanno a cuore veramente e trasformateli in desideri, chiedendo aiuto alla vita (agli Angeli, all’inconscio, o a quali essi siano i vostri riferimenti) e datevi il permesso di accorgervi di come crearli e di come fare spazio al nuovo….

Fatemi sapere come va scrivendomi a luca@oep3.com e arrivederci alla prossima “lezione”

L’allenamento …energetico

piantaPer ottenere dei risultati nella vita come nello sport, è necessario un allenamento costante.

Attraverso stimoli ripetuti, le capacità migliorano, si stabilizzano e si attivano sempre più velocemente.

Lo stesso vale anche per la gestione delle energie sottili come pensieri, intenzioni, intuizioni e sentimenti.

Se si vuole diventare più stabili emotivamente, presenti a se stessi, lucidi e in grado di esprimere al meglio le proprie potenzialità e afferrare le occasioni della vita, non servono rimedi miracolosi, teorie suggestive o sedicenti guru da seguire ciecamente…. É sufficiente deciderlo e volerlo, allenandosi fiduciosamente e piacevolmente, dedicando tempo e spazio a questa intenzione. È un percorso che non richiede sforzo, ma il semplice ricordarsi di alcune leggi fondamentali…

  • Va tutto bene.

Occorre evitare il più possibile il dramma. Non entrare nel dramma della nostra mente (che mente) e non farci sedurre dal dramma altrui. Se siamo vivi e vegeti qualunque cosa accada non è un dramma. Qualunque cosa accada è un opportunità. Il primo grande dramma è dimenticarsi di mandare amore a noi stessi, attivando le energie devastanti dell’auto giudizio, del vittimismo e della lamentela. Scoprire è guarire e se oggi scopro di aver combinato un sacco di sciocchezze o di aver creduto a molte cavolate posso mandarmi amore e decidere cosa fare adesso. E ripartire.

  • Non siamo soli.

Non dipende tutto da noi, non dobbiamo arrivare a tutto né sforzarci ansiosamente di tenere tutto sotto controllo. L’universo è connesso, siamo connessi tra di noi, esistono energie sottili e alleati (come gli Angeli) che “cospirano” per la nostra felicità…. Ognuno deve fare la sua parte: la nostra è cercare di essere il più possibile nel qui e ora e rimanere aperti e disponibili alla magia della vita.

  • Chiedere è fondamentale.

Chiedere è un atto di umiltà e co-creazione, è ricordarsi di essere parte del tutto, è attivare antiche e potentissime leggi energetiche (“chiedete e vi sarà dato”, “cercate e troverete”, “bussate e vi sarà aperto”) Chiedere è uscire dai limiti ristretti del nostro Sé e aprirsi al tutto.

Se chiedo apro le porte della mia creatività, oltre che quelle della magia della vita, se non chiedo le chiudo.

  • Praticare da soli e con gli altri.

Se veramente per noi è un valore la crescita personale, se ci emoziona l’idea di avere un potenziale creativo da onorare ed esprimere, se ci ricordiamo con piacere di alcune intuizioni felici o di piacevoli momenti di pienezza, motivazione, lucidità e presenza e abbiamo voglia di viverne altri, allora possiamo fare spazio a queste energie e allenarle.

La tradizione spirituale antica e moderna ha dato precise indicazioni su cosa facilita lo sviluppo di queste abilità, è solo questione di ripartire.

Se non siamo abbastanza forti è bene farsi aiutare da qualcuno più allenato di noi, da altre persone che coltivano i nostri stessi interessi, da una comunità o una rete di supporto, da letture stimolanti e arricchenti.

Su cosa possiamo allenarci? Ecco alcuni suggerimenti…

  1. Rimanere svegli.

Ricercare la presenza, il qui e ora. Accorgersi dell’enorme potenziale creativo dell’adesso. Ritornare qui quando la mente ci porta nel passato e nel futuro. Fare del presente – sempre e comunque – un alleato e non un nemico. Disciplinare il corpo e la respirazione per allenare la presenza. Esplorare cosa stiamo nutrendo in questo momento e scegliere cosa vogliamo nutrire, ricordando che nulla vive senza cibo.

  1. Depotenziare le percezioni.

La presenza non esclude ciò che accade. La vita è quella cosa che accade mentre si fanno progetti. Le cose succedono, è necessario essere disincantati ed evitare fughe new age o eccessi di pensiero magico buonista. La materia è statica e dura. La mente è sempre in agguato per farci costruire aspettative o abitudini….e le cose spesso van storto. Il nostro potere è soprattutto ristrutturare quello che accade, non valutarlo, non giudicarlo, non interpretarlo né censurarlo o negarlo… Ricordarci le nostre intenzioni, i nostri obiettivi e ripartire sempre e comunque.

  1. Esplorare ciò che la vita ci porta.

Oltre a rimanere il più possibili presenti, possiamo allenare la nostra capacità di esplorazione. Rimanere aperti e disponibili a cogliere gli scopi e le opportunità che ci sono nelle cose che ci accadono, sia quelle che ci vengono incontro che quelle che ci andiamo a cercare. Se le cause o i perché di ciò che ci viene incontro sono nel passato, le opportunità e gli scopi sono nel presente, in quel presente che crea il nostro futuro…

  1. Rompere gli schemi

Siccome è follia pensare di avere risultati diversi facendo le stesse cose, è importante diventare disobbedienti alle nostre abitudini, agli schemi di comportamento, ai ruoli, alle maschere e agli atteggiamenti radicati. “Ritornare come bambini” è aprirsi alla spontaneità, provare strade diverse, osare, giocare, desiderare, appassionarsi…sempre ricordando di mettere nel bagaglio una buona dose di autoironia e autonomia , nel prendere meno sul serio noi stessi e gli altri.