Attenzione alle scale

di Merlino

All’inizio delle scale della mia scuola sono apparsi dei cartelli che avvertono: “Attenzione scale. Reggersi al mancorrente”.

Ma va?! E io che non sapevo che c’erano le scale! Sarà per quello che in 16 anni che lavoro in quell’edificio ogni volta che scendevo dal primo piano rotolavo giù rimbalzando di gradino in gradino e mi alzavo stupito e dolorante chiedendomi cosa era successo? Oppure mi preoccupavo perchè, salito al secondo piano e arrivato al pianerottolo, sentivo il respiro leggermente affannato? Ogni volta mi chiedevo: l’età? Una cardiopatia improvvisa? Un leggero mal di montagna? Macchè, erano le scale! Adesso che lo so sono molto più tranquillo e soprattutto faccio attenzione ai gradini.

Ma non basta. I cartelli della sicurezza posti nei bagni mi hanno salvato la vita. Mi avvertono (testuali parole): “Attenzione! Non toccare le prese con le mani bagnate e non indirizzarvi sopra schizzi/getti d’acqua “. E io, il distrattone nonché sprovveduto in fatto di fisica e di sicurezza, che uscivo tutte le volte dal bagno con le sopracciglia e i peli sotto le ascelle arrotolati come “dread” ed emanando un forte odore di pollo bruciacchiato, perché mi asciugavo le mani infilandole nella presa della luce! Adesso, grazie al cartello, uso l’asciugamano. Ho perso il fascino tipo “centro sociale” ma in compenso non m’illumino più d’immenso.

Di questo passo mi aspetto cartelli con le scritte “Attenzione! Aprire la porta prima di entrare” oppure “Non spingere la carta igienica con le mani nel sifone del water: lasciarla cadere dopo averla appallottolata” e così via.

E le riunioni per la sicurezza? Il must è stato quando ci hanno spiegato cosa fare in caso di alluvione: salire sul tetto della scuola. Geniale: non ci avrei mai pensato. Una sola considerazione: la mia scuola è a Orbassano. Avete presente un’alluvione a Orbassano? Il fiume più vicino è il Sangone: a quattro chilometri dal nostro edificio. Il Sangone che allaga la scuola e ci costringe a salire sul tetto è un po’ come dire che la Santanchè è andata dal chirurgo solo per farsi togliere le tonsille.

Ma per chi ci hanno preso? Per un concorrente del Grande Fratello con un Q.I. da acaro cerebroleso? Che poi quell’”Attenzione scale!” mi fa venire l’affanno. Capisco “Attenzione: tigre affamata” oppure “Attenzione: bifidus regularis!” che non so cosa sia ma dei “bifidus” non bisogna mai fidarsi. Ma le scale! E dai… Una volta si salivano chiacchierando oppure si scendevano i gradini a due a due quando era finita la lezione. Io ho fatto una dichiarazione d’amore sulle scale della scuola. Ma avevo 16 anni e si sa – da giovani – si è incoscienti. Chissà che pericoli avrò corso e invece ero lì a dire: “Mi sono innamorato di te…” così, senza neanche reggermi al mancorrente: senza mani. Che macho!

La colpa è degli americani. Quelli se non hanno le istruzioni precise su tutto, magari anche su come riprodursi si sarebbero già estinti subito dopo la dichiarazione d’indipendenza.

Un esempio: lo sapete perché le lattine hanno l’apertura a strappo con la linguetta che rimane attaccata al coperchio? I non giovanissimi si ricorderanno quando aprire la lattina della Coca Cola ci faceva sentire un po’ dei marines: non si trattava di stappare una Coca, si ripeteva il gesto di John Wayne che toglieva la sicura ad una bomba a mano. E si sa che la guerra è bella anche se fa male, come canta De Gregori. Eh sì, perché quella linguetta era affilata come un bisturi e il novizio che beveva la Coca si distingueva dal veterano per i cerotti sulle dita. E si andò avanti per anni senza dire niente, tutt’al più qualche “ahi!” quando ti tagliavi o quando tuo padre ti dava uno scappellotto con la solita montessorriana raccomandazione: “Ma fa’più attenzione!”. E tutto finiva lì. Poi arriva il solito imbranato (o furbone) made in USA che si taglia e invece di dire “Come posso fare per non tagliarmi di nuovo?” che fa? Denuncia la Coca Cola perché a) non l’ha avvisato che si poteva tagliare b) sulla lattina non ci sono le istruzioni per come aprirla senza farsi male.

In Italia il dibattito processuale, le cause legali, il processo e i vari ricorsi si sarebbero ridotti alla vecchia, consolidata e retorica domanda: “Ma sei scemo?”. E invece negli USA la Coca Cola fu denunciata e il tipo vinse la causa e qualche centinaia di migliaia di dollari.

Ora, diciamolo pure: che la Coca Cola sia stata denunciata e abbia perso la causa a me – a prescindere – non mi dispiace, ma partendo dalla linguetta delle lattine e arrivando al cartello sulle scale, alcune considerazioni si impongono.

Possibile che siamo diventati di colpo tutti stupidi? Possibile che se non ci dicono per filo e per segno cosa e come dobbiamo fare non siamo neanche più capaci a metterci le dita nel naso?

Non per fare del facile antiamericanismo ma vi ricordate il tormentone degli Americani eterni bambinoni? Al bambino devi spiegare come si fa ad allacciarsi le scarpe e tutto finisce lì. E invece per l’americano medio (cioè adesso anche da noi) mica finisce lì, perchè quello è capace di denunciarti perché ha perso otto ore al giorno per un’intera settimana nel cercare i lacci del mocassino. E tu non glielo avevi detto che i mocassini si infilano soltanto!

E pensare che l’eroe dei film hollywoodiani è il prototipo dell’italiano medio “verace”. Immaginatevi la scena: scoppia un problema (che so, il reattore nucleare della portaerei ammiraglia si è un tantino surriscaldato) e alla fatidica domanda “Qual è la procedura per risolvere ‘sto casino?” c’è il solito sottotenentino nerd che con aria sconvolta mormora: “Non è stata prevista nessuna procedura! Non pensavamo che potesse succedere”. Dadaann… (musica drammatica di sottofondo). E allora salta fuori il John Locascio della situazione, il Thomas Fitzgerald Pautasso, insomma l’eroe modello italiano, tutta creatività ed improvvisazione che si inventa lì, su due piedi, la soluzione! Altro che procedura! Macchè check-list! Figuriamoci il feed-back! Il tutto da noi si risolveva con un  “E mo’? Che si fa?” e la risposta era: “Boh? Adesso vediamo che si può fare”.

Oppure – e questa è la seconda considerazione – sotto sotto abbiamo cambiato i termini del problema e cioè: non mi interessa chiedermi come si fa a risolvere la situazione, perché prima di tutto io cerco il colpevole e mi scarico di tutte le responsabilità.

Mi sa che tutti quei cartelli “Fa’ attenzione di qua; fa’ attenzione di là; si cammina sul pavimento e non sul soffitto perché se no si cade; pericolo:scale con gradini; non far pipì sulle prese elettriche, eccetera” non mi dicono di porre attenzione ma mi dicono “Te l’avevo detto e io non c’entro se ti succede qualcosa”.

A esser maliziosi non è bello ma spesso ci si azzecca.

E qui si arriva alla terza considerazione. Che cosa insegniamo ai nostri giovani?

Questa inflazione di raccomandazioni ovvie e puerili sono un totale scarico di responsabilità, in cui l’idea della prevenzione e della sicurezza viene fraintesa e trasformata in un atteggiamento mentale che porta alla totale mancanza di senso critico, di attenzione e – perché no –  di creatività, intesa come ricerca di soluzioni.

Da qui  alla battuta “Non è di mia competenza” il passo è breve.

E questa dichiarazione non è più un’umile affermazione di mancata conoscenza o di impossibilità di azione in una realtà estranea alle proprie capacità, ma nasconde sempre più spesso un disinteresse, una delega “a qualcun altro” fino alla totale chiusura nei confronti del bene comune, che non appartiene a nessuno e proprio per questo appartiene a tutti.

Il “non è di mia competenza” è ormai diventato il motto della deresponsabilizzazione a cui corrisponde il “ma io non lo sapevo” e “nessuno me l’aveva detto”. In un modello di cultura in cui vale solo quello che rende qualcosa di materiale nel breve periodo allora tutto diventa inutile e il gesto gratuito per l’altro non può esistere.

Merlino

P.S.

Attenzione! Le parole sono quelle scritte in nero e sono quelle da leggere. Non leggere, ripeto, non leggere gli spazi bianchi: il senso del testo potrebbe risultare alterato. La Direzione del giornale non si assume alcuna responsabilità per un uso improprio della lettura del presente articolo.

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