Al di là del tempo e dello spazio

di Giorgio Spertino

Il nome di John Bell non dice niente ai non addetti ai lavori. Tutt’al più a qualcuno lo confonde con Alexander Bell, lo scozzese a cui è attribuito l’invenzione del telefono. John Stewart Bell fu invece un fisico irlandese, divenuto famoso per un teorema.

Tutto inizia con un esperimento condotto da Einstein Podolsky e Rosen. Detto in soldoni l’esperimento consiste nel separare due particelle accoppiate o “gemelle”, cioè nate insieme dallo stesso evento, quindi modificare il comportamento di una e osservare il comportamento dell’altra. Ebbene, se a una delle due particelle, che viene separata ed allontanata dalla “gemella”, viene invertito il senso di rotazione, istantaneamente ed indipendentemente dalla distanza che separa le due particelle, anche la “sorellina” inverte il suo senso di rotazione. Ed è sull’avverbio “istantaneamente” che la fisica ha dovuto fare i conti e che oggi ancora non può ammetterlo e tenta di confutarlo.

Questo esperimento, chiamato il paradosso di Einstein-Podolsky-Rosen ha infatti rivoluzionato una delle basi fondamentali della fisica moderna, violando la legge della relatività  che afferma che nulla può viaggiare ad una velocità maggiore di quella della luce. La spiegazione “logica” tenta di spiegare tale paradosso affermando che la prima particella manda una sorta di messaggio all’altra per informarla del cambiamento. Ma se così fosse ci sarebbe sempre e comunque un ritardo dalla modifica del comportamento della prima particella alla seconda, dovuta al tempo che tale messaggio impiega per compiere il tragitto tra la prima e la seconda. E tale tragitto sarebbe percorso ad una velocità inferiore o al massimo uguale alla velocità della luce. Ma questo non accade: l’informazione arriva istantaneamente e dunque la legge della relatività non ha più valore.

Se esistesse un “messaggero” che porta informazioni da una particella all’altra, come potrebbe sapere dove andare a recapitare l’informazione alla particella gemella? Esso si espanderebbe in tutte le direzioni dell’universo? E per quanto tempo viaggerebbe? E quanti miliardi di miliardi di informazioni può lanciare, ad esempio, un singolo fotone?

Il paradosso EPR (dal nome dei primi fisici che lo elaborarono) fu elaborato la prima volta nel 1935 e lo stesso Einstein fu turbato dal suo esito. Rimane famosa  la sua dichiarazione: “Non posso credere che un topolino possa cambiare l’Universo semplicemente guardandolo”.

Nel corso degli anni numerose conferme sono state fatte al riguardo. E se il primo esperimento era più concettuale che reale, negli anni Sessanta il fisico John Stewart Bell lo formalizzò scientificamente con il teorema che porta il suo nome.

Nel 1982 i ricercato dell’Institut d’Optique Thèorique et Appliquè di Parigi hanno confermato che esistono connessioni non locali più veloci della luce, anche tra regioni lontani dello spazio-tempo.

A questo punto ci troviamo di fronte ad un altro paradosso che non riguarda un fenomeno scientifico ma la scienza in sé e cioè il rifiuto – da parte della cosiddetta scienza ufficiale – dei fenomeni che a priori non dovrebbero manifestarsi, anche se poi essi vengono spiegati in modo scientifico. Se ciò non fosse una prassi ormai consolidata si potrebbe dire che tale comportamento è schizofrenico. E invece, no. Il teorema di Bell – oltre a non essere conosciuto ai più – viene censurato o ridicolizzato.

Eppure esso, enunciando (e spiegando) il “principio di non località”, spiega come nell’Universo i fenomeni avvengono come se ogni cosa fosse in diretto e costante contatto con ogni altra, indipendentemente dallo spazio fisico che le separa. E quindi Bell non solo spiega la telepatia o la chiaroveggenza, ma spiega che quello che ciascuno di noi pensa condiziona il pensiero e il comportamento di chi p pensato, in misura tanto maggiore quanto maggiore è stata l’interazione che entrambi hanno avuto. Noi siamo quindi in costante collegamento (oltre lo spazio e il tempo) con ogni cosa che esiste nell’Universo. E se questo era già stato ipotizzato da Einstein, Podolsky e Rosen, attraverso lo studio di particelle “gemelle”, Bell afferma che non è necessario questo tipo di legame: è sufficiente che abbiano interagito profondamente tra loro, come due persone legate da un profondo vincolo di intimità o di coinvolgimento breve ma intenso. Pensate solo la rete di relazioni che ogni particella riesce ad intessere con le altre dell’Universo: essa condivide costantemente e con tutte le altre particelle le informazioni memorizzate e a sua volta può eccedere alla memoria delle altre.

Il teorema di Bell spiega quindi non solo i fenomeni come il fatto che una madre possa percepire la sofferenza di suo figlio anche se è lontanissimo o le “premonizioni” (che premonizioni non sono ma percezioni simultanee), ma spiega anche il fatto che se pensiamo con odio o amore sincero a una persona con la quale abbiamo legami profondi questa, che ne sia consapevole o no, riceve istantaneamente delle informazioni.

Quindi ognuno di noi è continuamente condizionato da ciò che è accaduto o avviene nel mondo e nell’Universo, ma allo stesso tempo, ognuno condiziona, anche solo per quello che pensa, non solo se stesso ma l’Universo di adesso e del futuro.

In questa prospettiva può esser rivisto il concetto di Karma, visto spesso come una sorta di maledizione o di un debito che si deve sanare o un danno da riparare, mentre è molto più complesso e al tempo stesso da soggetti passivi diventiamo soggetti attivi del nostro presente e soprattutto del nostro futuro. In più c’è da considerare un ultima cosa: chi vive nella paura si espone maggiormente a subire in modo passivo i condizionamenti, espliciti o “sottili”, esterni a lui e non riesce a fare altro, anziché affrontare e risolvere le sue paure, che continuare a credere nella fortuna o nella sfortuna.

In questa prospettiva allora davvero “nessun uomo è un’isola” e ognuno di noi, indipendentemente dalla sua posizione sociale può davvero concorrere alla vita nell’Universo.

Giorgio Spertino

P.S.

Notizie ed esempi sono tratti dagli studi effettuati da Fabio Marchesi, ingegnere e membro della New York Academy of Sciences, autore di libri editi da “Tecniche Nuove”.

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